TRENTO, CENT'ANNI DOPO

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Mia nonna, nei giorni compresi fra il 3 e il 4 novembre, addobbava le finestre di casa sua con il tricolore, anzi con i tricolori, visto che un solo stendardo non era sufficiente a testimoniare la sua incondizionata fedeltà alla Patria.

Mi pare di ricordare, ma potrei anche sbagliarmi, perché sono passati molti anni, che ci fossero almeno tre o quattro bandiere in circolazione, quelle stesse che mi sembra di aver visto in tempi recenti dentro ad un baule in cantina.

Inutile sottolineare, che tutte portavano stampato nel riquadro bianco lo stemma sabaudo, perché mia nonna era monarchica fino al midollo.

I vessilli erano esposti di anno in anno con religiosa puntualità, nonostante i mugugni di mio nonno, che al re non mi pareva fosse particolarmente interessato. Non ho mai saputo, se i borbottii nascessero di default - come le beghe relative alla rivalità Coppi-Bartali o all'ideologia rossa o nera - oppure avessero un fondamento nelle minacce, presunte o reali non lo so, ricevute da mia nonna. La leggenda narra, che una così ostentata manifestazione di orgoglio patrio sarebbe potuta essere punita con il rogo della casa.

Per fortuna un tale disastro non si verificò mai e mia nonna continuò a sbandierare la sua italianità fino alla fine dei suoi giorni.


Oggi, che di bandiere sventolanti se ne sono viste poche, ho pensato parecchio a mia nonna e a come avrebbe commentato questo centenario appena appena accennato da stampa e televisione e apparentemente così poco sentito dalla gente.

Non è semplicemente perché, a parte qualche momento ufficiale, non ci sono stati festeggiamenti in pompa magna, che in ogni caso non sarebbero stati graditi da tutti e visto il recente nostro disastro ambientale forse sarebbero stati anche poco opportuni, ma è per la sensazione netta, che la maggior parte delle persone non abbia la benché minima percezione di cosa significhi questa data.

Per Trento, per il Trentino e per l'Italia tutta.


Il 3 novembre di cento anni fa, poco dopo le 15.00, il capitano del 218° Reggimento di Fanteria Piero Calamandrei, uno dei futuri padri della Costituzione, fece il suo ingresso a Trento a bordo di un sidecar sul quale era issato un tricolore. Aveva avuto l'ordine di andare in avanscoperta sulle strade trentine, per verificare l'assenza di ostacoli all'avanzata dei Cavalleggeri del Reggimento Alessandria, il primo ad entrare a Trento. Ad esso si aggiunsero, poi, gli Arditi dei reparti d’assalto, gli Alpini e gli Artiglieri di Montagna.

Arrivarono da sud, attraversando la campagna, superarono il ponte sul Torrente Fersina - che oggi si chiama non a caso Ponte dei Cavalleggeri - e proseguirono lungo l'attuale Corso 3 Novembre, arrivando poi in Piazza Duomo e in Via Belenzani.

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Due giorni dopo il Corriere della Sera commentò così l'evento: Fra il delirante entusiasmo della popolazione, innanzi a una turba immensa di soldati austriaci sorpresi nella città, il Tricolore fu issato sul castello del Buon Consiglio, antica dimora dei vescovi di Trento, consacrato dal martirio di una lunga schiera di patrioti.

Non tutti, naturalmente, festeggiarono l'evento e lo stesso Calamandrei ebbe a dire I trentini ci guardavano in modo strano.

La cosa non stupisce. Era chiaro fin da subito, infatti, che il conflitto culturale tra gli intellettuali e gli irredentisti più convinti e la gente comune stava per manifestarsi con tutta la sua forza.

Alla fine della guerra la regione era devastata, i terreni coltivati erano meno della metà rispetto al 1915, erano stati distrutti caseifici, alberghi, chiese, ma anche strade, ponti, linee ferroviarie, oltre naturalmente alle abitazioni dei civili. Il territorio era stato completamente trasformato dalle esplosioni e dalle battaglie, esistevano più di duecento campi minati, il filo spinato e i proiettili erano ovunque, i terreni andavano bonificati dagli ordigni inesplosi. Molti i profughi e i soldati, che ancora dovevano tornare a casa.

Ma se la ricostruzione, assistita dal Genio militare italiano, iniziò rapidamente e in pochi anni riuscì a riparare i danni più gravi, la ripresa della vita civile ed economica fu lenta e complicata.

Fu davvero un rebalton - termine dialettale con il quale ci si riferisce a qualcosa di violento e inatteso, che mette tutto sotto sopra - e per i Trentini cambiò tutto.

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La guerra, però, era finalmente finita, perché se è vero che quel 3 novembre non fece felici tutti, almeno i combattimenti erano cessati e la gente poteva tornare, seppur con lentezza, a vivere. In modo diverso certamente, ma a vivere.

Al di là degli schieramenti e delle convinzioni è questo, a mio modo di vedere, che deve far riflettere ed è questo, soprattutto, che va ricordato. Non importa più, oggi, chi furono i vinti e chi i vincitori. I quattro anni di orrori, che avevano decimato la popolazione e distrutto il territorio, che avevano modificato i confini e creato nuove fratture, quei quattro anni di morte erano finalmente terminati.

Eppure polemiche, recriminazioni e accuse continuano ancora a riempire le pagine dei giornali, alimentando sterili dibattiti, che non hanno davvero più motivo di esistere, perché in Trentino, in questi anni di commemorazione del Centenario della Grande Guerra si è lavorato e si continua a lavorare molto per celebrare, finalmente, quella memoria condivisa, di cui la nostra regione ha fortemente bisogno.

Questa volontà è stata messa chiaramente in evidenza da numerose iniziative, bellissime mostre (molte ancora in corso) e da tantissimi eventi, compresa la tanto criticata Adunata degli Alpini, che hanno cercato di mostrare come il conflitto abbia toccato tutti i Trentini indistintamente.

Per i Trentini, per nessuno di essi, la Grande Guerra è stata esattamente una passeggiata e i racconti degli anziani, in questo senso, sono molto chiari. Chi di noi non ha avuto un nonno o un parente coinvolto direttamente? Senza andare troppo lontano, mia nonna materna (la monarchica) fu costretta a lasciare il paesello assieme alla sua famiglia per farsi un viaggetto nelle zone più settentrionali dell'Impero e mio nonno paterno andò a combattere in Russia. Nulla di diverso da quanto vissuto da migliaia di altre famiglie.

Da varie parti è stato scritto, che questo Centenario è stato un'occasione persa per una riflessione seria sul conflitto. Non sono d'accordo. L'impegno in questa direzione è stato ed è tuttora enorme, ma bisognerebbe anche fare lo sforzo di cogliere i tanti messaggi positivi, che da tutte queste manifestazioni sono arrivati e continuano ad arrivare.

Un po' più di attenzione e un po' meno preclusioni mentali, forse, aiuterebbero.

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(L'ultimo anno. 1917-1918 - Le Gallerie, Trento - dal 2 dicembre 2017 al 2 dicembre 2018)

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(Installazione - Piazza Dante, Trento - dal 17 ottobre 2018 al 15 novembre 2018)

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(modellino del nuovo Memoriale dei Caduti Trentini della Grande Guerra - Museo Storico della Guerra, Rovereto)

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(L'ultimo giorno di pace. 27 luglio 1914 - MAG, Riva del Garda - dal 15 marzo 2015 al 28 giugno 2015)


È praticamente impossibile ricordare tutto quello, che è stato fatto nel corso di questi anni, ma è davvero tantissimo. Da nessuna parte la guerra è stata esaltata, giustificata o anche vagamente compresa. C'è stata, al contrario, un'analisi seria, molto realistica e volta davvero a superare le divisioni, perché qui davvero ormai nessuna croce manca.

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(nuove sale del Museo Storico della Guerra di Rovereto)


Fra tutti gli eventi, cui ho partecipato, mi sento di segnalare, durante la recente Adunata degli Alpini, quello che per me è stato un vero omaggio alla storia del Trentino, che fino a cento anni fa era parte dell'Impero austro-ungarico: il concerto della SOSAT sul Doss Trento.

Un momento di altissima emozione, che ha ripercorso con l'aiuto della musica e le immagini di repertorio proiettate su un grande schermo, il lungo processo, che ha portato la nostra regione ad essere oggi quello che è.

L'inno imperiale accanto all'inno di Mameli, le canzoni della montagna accanto a quelle degli Alpini hanno mostrato le mille facce di un popolo fiero, che è uscito fortemente provato da quattro anni devastanti.

Le parole di presentazione di uno dei più noti e più struggenti canti alpini - Ortigara - hanno sottolineato come ancora oggi di risposte non ce ne sono nemmeno se rivolte ai luoghi, che sono stati il teatro di questo nonsenso e che hanno assistito immobili ed impotenti al sacrificio di numerose vite umane. Una domanda, che si fa urlo e che interroga una delle montagne fatte sacre e rosse dal sangue degli Alpini - l'Ortigara appunto. Un urlo che rimbalza sulle pendici scoscese e torna a strozzare la gola, che amplifica e fa rimbombare ancora più forte quel sentimento di struggente solitudine e annichilito annientamento, che proviamo davanti a catastrofi umane, che non hanno e non possono avere spiegazione alcuna.

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Sventolare le bandiere, oggi, è doveroso. Significa, che non abbiamo dimenticato.

Commenti

  1. Davvero interessante ed emozionante questo tuo scritto. Grazie per questo incantevole scorcio storico, da tenere sempre presente.
    Ti auguro un buon inizio di settimana! ♡

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  2. Infatti del centenario in tv se n'è parlato poco o niente. L'Italia attraversa un momento buissimo, a mio avviso. Non siamo mai stati così alla deriva di ideali e ideologie, mai così pressati da una finta comunicazione di massa manipolata all'inverosimile. C'è persino chi al giorno d'oggi ha timore ad esprimere a gran voce la propria italianità, il proprio tifo patriottico: sia mai che lo stemma di razzista sia dietro l'angolo pronto ad essere scagliato.
    Ci hanno confuso, depistato, ammorbato. Gli italiani sono sempre stato un popolo accogliente, generoso, di lottatori. Al giorno d'oggi sembriamo, come direbbero da me, nuddu 'miscatu cu nenti. Abbiamo perso la nostra identità e ci scagliamo su cause errate che sono solo la conseguenza di un marciume di fondo che risiede ai vertici.
    I nostri morti? Le guerre sostenute per consentire a noi di stare in panciolle a guardare la tv e usufruire del benessere? Quasi non ce ne ricordiamo. Viviamo un'epoca vacua, l'unico fronte che conosciamo è quello dei social, dove combattiamo guerre dalla poltrona di casa predicando valori che poi magari non si mettono neppure in atto.
    Grandioso il tuo post. E W TUA NONNA E L'ITALIA.

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