Le mie cose sono troppe. Quale butti giù dalla torre? Nessuna.

Ma come faccio a farle tutte? Una alla volta.

30 agosto 2015

ISPIRAZIONI & CO. - Ispirazioni d’estate - Maria Glorioso: cornice con barca a vela (guest post con tutorial)

Ispirazioni & Co. summer version è quasi in dirittura finale e le Comari, come da tradizione, hanno deciso di proporvi un approfondimento su uno dei lavori creativi inseriti nella raccolta o presentati nei gruppi.

Visto che le blogger, come al solito, l’hanno fatta da padrone, abbiamo deciso di dare spazio ad un’amica, che il blog non ce l’ha, ma che ci ha mostrato un lavoro veramente delizio, decisamente estivo e che non poteva davvero mancare nella nostra collezione.

Questa è la nostra Maria.

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A lei ho rivolto le stesse domande, che avevo preparato per l’intervista ad Angela, ve la ricordate? Visto che Giusi, solita esagerata, era praticamente certa del mio futuro da intervistatrice, io mica mi sono fatta scappare l’occasione e ho fatto il bis. Certo un bravo intervistatore avrebbe preparato domande diverse, magari più originali, ma io viaggio ancora a ritmi lenti.

Vediamo un po’ che cosa ci ha raccontato la nostra amica.

1. Che cos’è la creatività?

Una magia meravigliosa ed un impulso irrefrenabile!

26 agosto 2015

Pastina da minestra … al forno (ovvero deprimersi in cucina)

Avvertenza: questa non è una ricetta, è un’esperienza culinaria.

Non so come sia a casa vostra, ma qui più il livello della mia cucina si abbassa e più il Pripi è contento.

La cosa potrebbe anche avere i suoi vantaggi, ne convengo, perché potrei andare avanti a würstel e patatine, piadina, pizza e panini e mio figlio mi amerebbe per tutta la vita. Incondizionatamente.

Ovviamente, per quanto negli ultimi anni la cucina non costituisca uno dei miei principali interessi, viste anche la numerosi soddisfazioni, cerco sempre di cucinare far da mangiare (notare la distinzione, please) in maniera quanto meno accettabile.

Oggi ho realizzato, quasi una rivelazione divina, che già questo livello è troppo elevato per un settenne, che rimane a tavola giusto il tempo necessario per ingerire qualcosa che lo tenga in piedi, che non ha tempo da perdere con questo tipo di attività e che la consideri, non ho dubbi, una perfetta perdita di tempo.

Non pensavo che una semplice distrazione potesse dare risultati così eccelsi. Ma, se questa si rivelerà essere una regola e non un’eccezione, allora, nei ricordi di mio figlio rimarrò sempre la migliore cuoca del mondo.

La verità, ve la devo proprio dire, è che la colpa è tutta di Whatsup e del mio fiammante quasi nuovo smartphone. Diciamo che scrivere, nel momento stesso in cui si versa la pastina dentro al brodo non è esattamente l’ideale. Potrebbe succedere (non ci credo! no, no credici pure!) che tre quarti del pacchetto, sufficiente per mangiare in sei, finisca in ammollo senza possibilità alcuna di recupero.

In effetti, ieri sera, mi pareva un tantino spessa la minestra (come si dice da queste parti), ma non tanto da non buttarci dentro anche l’ultimo quarto (ma non è poca questa pastina?). Il mestolo praticamente stava in piedi da solo per capirci.

Anche in queste situazioni drammatiche però, sappiatelo, nulla è perduto. Vi dico io come fare, nel caso anche voi foste amanti di Whatsup.

Prendete la pastina avanzata (potrebbe essere consigliata una paletta per la sabbia).

Scolatela nel colino, affinché il poco brodo rimasto (e vi assicuro che è davvero poco), venga eliminato.

Mettetela da parte per il giorno successivo (direi di non protrarre troppo l’attesa).

Al momento del pranzo, soprattutto se l’ispirazione è scarsa, prendete la suddetta pastina e mettetela in una ciotola.

Ci mescolate insieme, tutto ben tritato, tre belle fette di mortadella e – ingrediente indispensabile – pure quel quarto di pollo allo spiedo avanzato (ce l’avete, ce l’avete, ne sono sicura).

Tagliate a dadini un bel pezzo di formaggio, quello che più vi piace (qui Asiago imperat).

Spolverate tutto quanto con dosi massicce di grana trentino, così – se il sapore non fosse esattamente di vostro gradimento – almeno non rischiate che il piatto così sapientemente preparato finisca nel bidone.

Mettete in una bella teglia da forno e cuocete per una ventina di minuti a 200° o almeno finché il formaggio non si sia ben fuso.

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L’intruglio ottenuto doveva essere veramente invitante, perché il Pripi, armato di cucchiaio, ha cominciato a mangiarlo ancor prima che entrasse nel forno (evitiamo ogni commento, per favore).

Il pasticcio, mai nome mi pare più indicato, alla fine della cottura risultava una cosa di questo tipo.

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Sono certa che il vostro cane ne sarebbe entusiasta!

Dire che il pargolo, il cui futuro a Masterchef mi pare alquanto improbabile, abbia apprezzato la prelibatezza è poco: Mammaaaaaaaaaaaa, ma è buonissimo.

Potete anche non crederci, ma se vi vedete le immagini qui sotto, direi che di dubbi non ve ne resteranno molti.

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La voracità con cui ‘sta cosa è stata aspirata ha permesso di abbassare e non di poco il record precedente di permanenza a tavola. E per terra non c’era neppure un chicco di pastina.

Ora, se già mi state compatendo, lo farete con maggiore convinzione e trasporto, nel momento stesso in cui leggerete quanto segue.

Il pasto luculliano è stato completato da un’insalata mista, praticamente annegata nell’aceto, ché a mamma mia, poco pratica dell’oliera qui in valle, è scappata la mano.

Bene, è tutto. Lasciatemi piangere.

P.S. Scopo del post, sappiatelo, è trovare qualcuno che si offra volontario per portarmi a pranzo, preferibilmente in un posticino carino, dove servano piatti per adulti con gusti culinari non dico raffinati, ma almeno normali.

Gradita vista mare.


Aggiornamento del 26 settembre 2017

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Sette fiori di senape - Conor Grennan

downloadDiedi un’ultima occhiata a quelle pagine, all’elenco degli istituti e delle società per cui pensavo che avrei potuto lavorare, ai pro e ai contro di ciascuno, a quanto avrei potuto guadagnare. Poi le strappai. Su un foglio bianco scrissi i nomi dei sette bambini: Navin, Madan, Samir, Dirgha, Amita, Kumar, Bishnu. Tornai al mio computer e scrissi un’e-mail a Farid. Spiegai cos’era successo, aggiungendo tutto il testo dell’e-mail di Viva. Finii il mio messaggio con una riga sola: Torno in Nepal.

Un bivio nella vita di Conor. Due strade che più diverse non potrebbero essere.

Il momento di scegliere, di decidere, di giocarsi la vita.

Certezza e ignoto, razionalità e follia.

 

Conor in Nepal non ci era arrivato casualmente, ovvio. Quella meta, scelta con cura fra le varie possibilità di volontariato in un paese del Terzo Mondo, era perfetta per far tacere tutti quelli, che avevano avanzato delle riserve sul suo proposito di vivere un anno sabbatico in giro per il nostro bel pianeta. Serviva una scusa, un pretesto, una giustificazione: tre mesi di volontariato in un orfanotrofio, scelti con la stessa leggerezza con cui si sceglie un piatto di patatine dal menù di una rosticceria, erano sufficientemente tosti da impressionare chiunque.

Conor, però, non aveva fatto i conti con il destino. Soprattutto non aveva ancora conosciuto i bambini dell’Orfanotrofio Piccoli Principi.

Povero Conor, ma ve lo immaginate? Lì davanti al cancello di metallo azzurro, lo zaino sulle spalle, la sensazione di aver fatto la più grande cazzata della sua vita; Conor disperso fra le montagne del Nepal, in un villaggio – Godawari – che quasi certamente non aveva neppure mai sentito nominare; Conor che, preso il coraggio di varcare la soglia, viene assalito da un branco di bambini, come i tori a Pamplona.

Ma i bambini, si sa, sono un po’ magici, vero? In poco tempo riusciranno a conquistare Conor con la loro semplicità, la loro simpatia, la loro purezza. I tre mesi di volontariato diventeranno un’esperienza molto forte, determinante. Una di quelle esperienze che cambiano la vita.

7 agosto 2015

Flavia e il Mago dei sogni - Flavia Weedn

JpegC’è una piccola storia nella biblioteca del Pripi, una favola recuperata per caso fra i libri dismessi della biblioteca comunale, un libricino dai colori pastello, che non so proprio come abbia fatto ad attirare la mia attenzione.

È una storia delicata, raccontata in punta di pennello. Tocchi leggeri che creano magia.

Flavia è una bambina come tante, che vive in una casa come tante, in una famiglia come tante.

Una casa normale, una famiglia normale. Niente di speciale insomma.

Le canzoni della Mamma facevano piangere Flavia, perché parlavano di gente che ha paura di dire “ti voglio bene” e che ha paura di vivere. La mamma si giustificava, dicendo che le aveva imparate da suo padre che le aveva imparate da sua madre. Insomma era stato sempre così.

Sì, certo, la solita storia. Così è, così deve rimanere.

Poi c’era il Robivecchi, che passava sempre ogni martedì con il suo camioncino stracarico. Erano in molti a dargli qualcosa, ma Flavia, che forse avrebbe pure avuto qualcosa da buttare, era impossibilitata a farlo, perché la Mamma sapeva sempre aggiustare qualsiasi cosa. E comunque era meglio non far sapere in giro del Robivecchi, troppo grande la paura di essere derisa.

Naturalmente. Meglio far finta che certe cose non esistano.

Per fortuna c’era la luna. Ad essa Flavia confidava i suoi pensieri più profondi, tutti quei segreti che sarebbe stato impossibile confidare ad altri. Soprattutto alla Mamma. Flavia voleva bene alla Mamma, certo, ma non voleva ferirla. La Mamma di sicuro non avrebbe capito.