Le mie cose sono troppe. Quale butti giù dalla torre? Nessuna.

Ma come faccio a farle tutte? Una alla volta.

26 aprile 2016

ISPIRAZIONI & CO - Giochi - Restauro di una bambolina

Nella mia to do list compaiono tutta una serie di voci relative a lavori più o meno creativi, che non hanno alcuna utilità pratica, se non quella di placare quel prurito alle mani che viene, quando piglia la voglia di fare solo per il gusto di fare.

Ispirazioni & Co. in questo senso aiuta parecchio, perché – oltre a dare input e stimoli per affrontare i vari temi mensili – fornisce anche una valida giustificazione per cimentarsi in simili lavori fondamentalmente inutili, ma che – chissà come mai – sono pure quelli che spesso danno maggior soddisfazione.

È così che ho aperto quella scatola,

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dalla quale sono emerse, in condizioni abbastanza pietose, le superstiti della mia infanzia.

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19 aprile 2016

La “mia” casa della Barbie

Tutto ebbe inizio, quando, sul finire degli anni ‘70, mi fu regalata l’allora modernissima macchina della Barbie.

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(foto del web)

Dire che era fantastica è poco: linea affusolata,  colore decisamente grintoso, adesivi … ops stickers (parliamo moderno, va) … molto fashion, che consentivano di decorarla completamente (anche se la libera interpretazione delle istruzioni non era contemplata), motore che si presumeva essere rombante.

Il dettaglio che mi faceva andare fuori di testa era il vano per le musicassette. Sì, le musicassette, ve le ricordare? Quelle strane cose che si usavano per ascoltare la musica e che ora sono ormai finite nel dimenticatoio (quasi, perché io a volte le rispolvero). Quel minuscolo spazio collocato giusto in mezzo ai due sedili, proprio in corrispondenza del cambio, poteva contenere ben tre altrettanto minuscole cassettine, che avevano il loro bell’adesivo (giallo, azzurro e rosso) e la scritta pop, rock e qualche altro genere musicale di cui non ho memoria. Che il pop fosse azzurro e il rock giallo non è che una supposizione, perché davvero non riesco a ricordare. Però erano tre ed erano facilmente distinguibili grazie ai colori.

La macchina della Barbie, inspiegabilmente, perché non mi capacito ora di come un mezzo così sportivo potesse averne uno, aveva il gancio per il traino. E questo fu ciò che cambiò le sorti dei miei giochi per molti e molti anni a venire.

Dovete sapere che, dall’età di cinque anni, ho sempre trascorso le mie vacanze in campeggio, quindi per deformazione mentale una macchina con il gancio di traino non poteva non contemplare una caravan a seguito. Ovviamente a quei tempi non esisteva nulla di simile in commercio, per cui ebbi la geniale idea di domandare a mio padre, che si dilettava nei lavori manuali più diversi, di costruirmi la caravan da agganciare a quell’automobile.

Senonché mia madre, dotata di maggiore senso pratico, suggerì la realizzazione di un altro gioco, sempre legato al mondo della Barbie, il sogno proibito di tutte le bambine della mia età.

Questo!

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(foto del web)

Compariva ovunque possibile, te la mostravano alla tv, ne parlavano tutte le compagne di scuole e chi, come me, aveva dei genitori senza cuore che si rifiutavano di comprarla, era praticamente sull’orlo della disperazione.

I genitori avevano comunque ragione. Il gioco, che costava la bellezza di 25.000 lire dell’epoca, era veramente una schifezza, uno specchietto per le allodole con i fiocchi. I mobili erano praticamente tutti disegnati su uno sfondo di cartone, che lasciava parecchio a desiderare e l’unica cosa degna di nota era il famosissimo ascensore giallo, che conoscevano pure i sassi.

Mio padre, ovviamente, non se lo fece ripetere due volte e decide di mettersi all’opera praticamente subito. Ed io? Io abbandonai in tempo zero l’idea della caravan per buttarmi anima e corpo nella nuova avventura.

Non ricordo esattamente come andarono le operazioni di costruzione, so solo che alla fine ne uscì un capolavoro di dimensioni spropositate, un vero palazzo, che occupava uno spazio notevole della terrazza di mia nonna; una villa su tre piani, con giardino su veri livelli, dotata di piscina e garage attiguo.

Esiste una sola fotografia di quella casa, perché ai miei tempi le fotografie erano considerate qualcosa di sacro e non se ne facevano così tante come ora. L’idea poi di fotografare un giocattolo probabilmente era considerata pure bizzarra, ma io ringrazio oggi la mia cocciutaggine per essere riuscita ad immortalare la mia meravigliosa casa di Barbie.

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Sì, sì, quella intenta a giocare – ma era solo una posa in funzione della foto, lo ricordo benissimo – sono io.  Era l’estate del 1979 ed avevo undici anni. Tenete, però presente, che nei successivi sei o sette anni, praticamente fino a quando ho avuto il moroso, il tempo per la mia casa di Barbie c’è sempre stato!

Ora che l’avete vista, vi voglio però raccontare un po’ di segreti di quel palazzo, vi voglio mostrare cioè quello che non si riesce a vedere da questa unica foto un po’ sfuocata.

La casa era costruita in compensato ed aveva pareti e pavimenti interamente foderati di carta adesiva, che creavano ambienti diversi e si armonizzavano (abbastanza) con i mobili che vi erano contenuti. Il gusto, certo, era quello degli anni ‘70 e, probabilmente, mio padre aveva preso le carte adesive che era riuscito a trovare. Riguardandola ora, in effetti, mi pare una grande carnevalata, eppure io l’adoravo.

Il piano terra, a livello del giardino, ospitava una cucina a tutta larghezza, nella quale avevo messo dei giochi, che non avevano nulla a che fare con il mondo della Barbie, ma che per dimensioni vi si adattavano perfettamente. C’era una zona moderna sulla sinistra e una più classica sulla destra.

La parte moderna era costituita da questa cucina all inclusive, dove Barbie preparava manicaretti e prelibatezze. Vi prego di non guardare le condizioni di questo giocattolo, riesumato ieri pomeriggio dalla cantina giusto il tempo della fotografia, e in attesa – forse – di un restauro come tutti gli altri mobili di quella casetta.

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La parte più classica era, invece, un piccolo gioiello, cioè sarebbe stato un vero gioiello, se mio padre non avesse commesso l’eresia di rivestirlo completamente di carta adesiva finto legno per renderlo più moderno. La scelta, oggi, fa accapponare la pelle, ma in quel momento pareva una vera genialata.

I pezzi di quella cucina classica erano appartenuti alla mia mamma. Un vera cucina, in vero legno, sulla quale un giorno – giuro – riuscirò a mettere mano per un restauro filologicamente perfetto, recuperando il colore originale – un delizioso azzurro anni ‘50 – cucendo la tendina dell’acquaio e  ripristinando i vetri della credenza che, come mia madre continuava a ripetere, erano realmente in vetro.

Oggi di quella meraviglia rimangono mobili sbiaditi e scrostati, ma depurati dall’orrenda carta adesiva che, in un moto di ribellione, avevo eliminato, seppur non completamente, anni fa.

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Il primo piano ospitava il salotto e – inizialmente contro la mia volontà – la camera del Big Jim.

Big Jim ovviamente non era mio, ma di mio fratello, e con Barbie non aveva nulla a che fare, era proprio un altro gioco, pure in scala diversa. Ma il problema non era tanto questo, nessuno nasce perfetto. Il problema stava nel fatto che Big Jim si prendeva troppe libertà con Barbie. Avete idea di quante volte mio fratello mi abbia fatto trovare il suo Big Jim nudo dentro il letto di Barbie? Ovviamente con Barbie, pure lei molto poco vestita. Inutile dire che la cosa mi faceva andare in bestia, perché il povero Ken, compagno universalmente noto di Barbie, quello con il mascellone, che naturalmente avevo, faceva immancabilmente la parte del cornuto.

Comunque, dicevo, Big Jim in quella casa aveva la sua cameretta anche questa costruita dal mio papà. Pure qui naturalmente sarebbe necessario un restyling  pesante o quantomeno una pulizia accurata. Gran parte della carta adesiva si è staccata dall’armadio, un’anta dello stesso è penzolante, la libreria che qui pare sbilenca in verità andrebbe appoggiata contro una parete, perché non è fatta per rimanere in piedi da sola. Però, insomma, i mobili originali erano questi.

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Il salotto, invece, originale anni ‘50, era pure questo appartenuto a mia madre. La foto lo mostra in condizioni pietose, ma basterebbe una bella spolverata e il tessuto con cui è ricoperto tornerebbe al suo colore originale. Al mobile manca un pezzettino – c’era c’era – e la radio ha le manopole un pochino storte. Eppure non mi separerei da questi vecchi giocattoli manco morta.

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A completare l’ambiente c’era un vecchia credenzina in legno, che costituiva il pezzo antico che in ogni casa fa la differenza. Credo provenisse dalla Boemia. Pure questo era di mia madre.

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In un salotto così classico non poteva mancare il caminetto, che mio padre aveva creato con dei mattoncini di marmo (vero) provenienti dalla sua ditta. Aveva, infatti, un’impresa di marmi, graniti e porfidi, che durante la costruzione di casa Barbie era senza dubbio tornata utile! Del povero caminetto non rimane oggi che la parte inferiore.

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L’ultimo piano era naturalmente occupato dalla camera di Barbie. Questa camera, decisamente anni ‘70, ha subito l’anno scorso un completo restauro che l’ha trasformata totalmente. E’ stato il mio primo progetto per Ispirazioni & Co.: il progetto parigino. Ne potete leggere qui.

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Accanto alla camera c’era il bagno. Il famosissimo bagno con la pompetta per produrre la schiuma, con le finte vetrate fiorite e con accessori rosa confetto, che venivano conservati gelosamente per il timore di perderli.

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(foto del web)

Poi c’era il giardino.

Completamente foderato di carta adesiva verde smeraldo per simulare un perfetto prato all’inglese, era contornato da tutta una serie di mattoncini in marmo bianco alternato a marmo scuro (nella foto di riescono ad intravvedere). Aveva naturalmente delle aiuole, che erano chiaramente rivestite di carta adesiva marrone, come la terra. Aveva soprattutto, nella parte centrale, la piscina creata in vero cemento e dipinta di azzurro, nella quale Barbie poteva praticamente fare solo il pediluvio da quanto era bassa, ma questo era un dettaglio, che ovviamente a me non interessava.

Il giardino aveva tavolo e sedie, sdraio e dondolo. Tutti mobili che con Barbie non avevano nulla a che spartire, ma per dimensioni erano perfettamente adattabili. Questi mobili non esistono più e non mi è possibile neppure ritrovarli nel web, visto che non ricordo minimamente di che marca fossero.

Naturalmente la mia Barbie, come me, andava in campeggio. Aveva il camper e pure la tenda (che in foto però, stranamente non compare, il che mi fa supporre fosse andata distrutta prima dello scatto), anche se gli accessori non erano gialli come nella foto qui sotto, ma arancioni.

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(foto del web)

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(foto del web)

C’era anche il garage con tanto di scritta e basculante funzionante. Per par condicio, visto che Barbie era padrona incontrastata dell’intero stabile, ospitava la jeep da caccia grossa di Big Jim (il maniaco di cui ho parlato prima), quella con la rete per catturare il rinoceronte. Naturalmente c’era il rinoceronte, ma non ricordo ora se avesse il permesso di scorrazzare liberamente sul prato inglese.

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(foto del web)

Faceva compagnia al rinoceronte uno splendido cavallo nero (di Big Jim), che a giudicare dalla sella di chiara impronta indiana non doveva essere facilmente cavalcabile da una Barbie principessa/amazzone. Ma pure questo era un dettaglio irrilevante.

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(foto del web)

Sulla jeep, di tanto in tanto, si caricava il gommone di Big Jim, con il quale l’allegra compagnia si faceva qualche giretto: il fuoribordo di famiglia insomma.

A completare il tutto, collocato strategicamente sopra il garage, c’era il salone di bellezza di Barbie: una vera beauty farm casalinga. Al momento se ne sta in cantina, chiuso dentro la sua scatola originale, l’unica rimasta.

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(foto del web)

Vi risparmio la lista degli abiti di Barbie (tutt’ora esistenti), di borse, scarpine e stivali, valige di vario tipo, accessori di bellezza e altri oggettini mignon che erano stipati dentro i mobili di questa casetta.

Manca solo un dettaglio per completare il quadro. Accanto alla villa di Barbie stava – defilata ma non troppo – la casetta della Famiglia Felice, con tanto di Famiglia Felice naturalmente (ve ne ho già parlato qui). Nella foto non compare, perché – ricordo benissimo – l’unico scatto concesso alla casa di Barbie doveva ritrarla al meglio della sua forma, senza contaminazioni esterne insomma. Ma la Casa Felice c’era e faceva parte di questo grande gioco che ha reso davvero incredibile la mia infanzia/adolescenza.

La casa di Barbie, durante la brutta stagione, quando non si poteva stare in terrazza a giocare, veniva chiusa. Il giardino veniva sollevato e appoggiato nella sua parte anteriore; un telo fermato da una corda la ricopriva tutta, affinché lo sporco non potesse rovinarla. Era un’operazione che svolgevo personalmente e che non permettevo a nessuno di fare. Così come non permettevo a nessuno di farvi le pulizie di primavera. La casa di Barbie era sacra ed intoccabile.

Quando il tempo dei giochi finì definitivamente fui io stessa a smontarla, così come fui io a preparare tutte le scatole per riporre il suo contenuto. Non fu facile, ricordo benissimo quella giornata, ma la morte del nonno e la successiva ristrutturazione di casa sua costrinsero a delle scelte precise.

Ho pensato tante volte di ricostruire la casa della mia Barbie, solo e semplicemente per il gusto di farlo, ma purtroppo non ho un posto adeguato dove tenerla e sarebbe quindi uno sfizio un po’ troppo impegnativo.

Sono comunque contenta che alcune parti di quella casa abbiano avuto nuova vita. Mi riferisco in particolare all’automobile (diventata una macchina da corsa) e al camper (trasformato in un camion da carico) ambedue usate dal Pripi per almeno tre anni e, naturalmente, alla camera di Barbie, che ho regalato dopo il restauro a mia nipote.

Ci sarebbero ancora tante cose da sistemare e, volendo, da regalare. Ma questo secondo passaggio – chissà come mai – non mi risulta proprio proprio così spontaneo. In cantina rimangono ancora due o tre scatoloni Barbie- friendly ed ho proprio l’impressione, che rimarranno lì ancora per tanto.

 

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AGGIORNAMENTO del 22.04.2017
 
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