Le mie cose sono troppe. Quale butti giù dalla torre? Nessuna.

Ma come faccio a farle tutte? Una alla volta.

28 luglio 2015

Online birthday

Una certa differenza dal compleanno dell’anno scorso! E se ve lo dico io, che ero la festeggiata, potete fidarvi.

Comincio a pensare che il 27 luglio sia un tantino speciale ultimamente.

Due anni fa mi sono regalata questo blog.

L’anno scorso, in piena fase di smarronamento, ho scritto un post che, leggendolo ora fa venire la depressione pure a me, ma è stato comunque un passo anche quello.

Quest’anno mi sono semplicemente divertita. Eccome se mi sono divertita!

Sto pensando che la Comare Fabiola abbia poteri paranormali (cosa di cui in verità ha già dato ampiamente prova), perché  leggendo il suo commento a quel post, mi viene spontaneo immaginarla a predire il futuro davanti ad una sfera di cristallo, anche se naturalmente lei è molto più figa di una comune veggente da baraccone.

Novità? Si e anche no … dipende dai punti di vista… io parlerei piuttosto di consapevolezza, parola che definirei perfetta per descrivere il tutto.

Senza dilungarmi troppo in dissertazioni filosofiche, che a quest’ora del mattino sono un tantino faticose, preferisco raccontarvi la giornata di ieri, che ho vissuto intensamente, minuto dopo minuto.

Grandi festeggiamenti penserete, torta con le candeline, pacchetti da scartare, palloncini in giro per la casa. Niente di tutto questo. Appena sbarcata in valle con il Pripi, non ho avuto certamente tempo, e neppure voglia sinceramente, di occuparmi di questi dettagli.

È per questo che è stato un super compleanno. Un compleanno fatto di parole – tante, tantissime, un fiume – di immagini, di faccine. Migliaia di letterine schierate, un piccolo esercito che marciava diritto alla porta del cuore.

I primi messaggi sono arrivati appena trascorsa la mezzanotte – un minuto dopo, roba da non crederci – e si sono susseguiti per tutto il giorno a ritmo incalzante.  Una cosa mai vista. Tanto che mio fratello, ad ora di cena, mi ha telefonato … visto che non ti degni neppure di rispondere al messaggio. No, scusa, non è che non rispondo, semplicemente non ci sono stata dietro.

9 luglio 2015

Oceano - Francesco Vidotto

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Ci sono libri che ci colpiscono ancora prima di aprirli, vuoi per un titolo curioso, vuoi per un’immagine di copertina particolarmente accattivante, vuoi perché le due righe che li accompagnano fuori dalla porta della solita libreria paiono scritte apposta per incuriosirci.

Mi chiamo Oceano e non ho mai visto il mare.

Ecco.

Per mesi sono passata davanti a quella libreria, sbirciando il viso rugoso di quell’uomo con gli occhi azzurri. Ogni volta con il tempo contato e altro per la testa, ogni volta con la convinzione, che il libro mi sarebbe piaciuto di sicuro e che avrei dovuto acquistarlo. Non so come io mi sia fatta quest’idea sinceramente, perché di questo autore non avevo mai sentito parlare prima, non un consiglio, non una recensione, non una notizia. Nulla di nulla.

Eppure la vocina dentro di me aveva ragione: il libro è semplicemente straordinario.

L’ho letto tutto di un fiato in una giornata o poco più, emozionandomi pagina dopo pagina, arrivando alla fine con un bel fazzoletto in mano, ché le lacrimucce sono arrivate abbondanti. Quindi sì, Francesco Vidotto, il tuo racconto vale senza dubbio la carta su cui é scritto ed è davvero molto rock.

Io non ho ben capito, sinceramente, se la storia sia vera o frutto della fantasia dell’autore, anche perché l’avvertenza iniziale Questa è un’opera di fantasia con quel che segue è in netto contrasto con i ringraziamenti finali Per quel che riguarda la stesura della storia di Oceano e della sua vita vorrei ringraziare innanzitutto Oceano medesimo, ma forse non importa neppure capirlo.

Quello che conta è che il romanzo è arrivato zoppicando alle dieci e trentacinque … e ha suonato il campanello. Oceano in persona? Un’idea nella mente dello scrittore? Sia quel che sia ne è nato un libro sulle cose accadute, perché non vengano dimenticate.

Un libro che ti porta indietro nel tempo, esattamente di 100 anni, quando un bambino destinato ad essere molto poco amato, viene al mondo su un carretto tirato da un paio di muli nemmeno troppo volenterosi giusto in tempo per mandare all’aria i piani dei genitori in procinto di cominciare una nuova vita. Non riesce neppure a partire con loro Oceano, che ritorna sulle montagne in compagnia di un nuovo papà e una nuova mamma, andando incontro al suo destino.

La trama semplice e lineare si snoda, senza mai annoiare, su due piani narrativi diversi: il presente, in cui la voce narrante è quella dello stesso autore, ed il passato, in cui è Oceano stesso a raccontare. Il passaggio dall’uno all’altro crea veri momenti di suspence e contribuisce a tenere viva l’attenzione del lettore.

Oceano, boscaiolo di novantotto anni, ci racconta così con l’aiuto di Francesco – non solo scrittore, ma anche protagonista del romanzo – la sua lunga vita di uomo di montagna, vita dura, vita di fatica e di dolori inimmaginabili, vita povera, ma ricca di sentimenti così puri che tolgono il fiato.

Fa tenerezza Oceano con la sua mente non più tanto lucida e ti ritrovi a fare il tifo per lui, sperando che la sua memoria non scompaia per sempre, lasciandoti prima del finale. Ma se da un lato ti vien voglia di abbracciare questo vecchio nonno per proteggerlo, dall'altro hai la netta sensazione che sia lui, invece, a proteggere te: un approdo sicuro in un mare in tempesta, una roccia solida non scalfitta dal tempo.

Suscita rispetto Oceano, un rispetto sconfinato, quello che suscitano le persone come lui, che hanno vissuto, che hanno resistito, che si sono rialzate e che hanno saputo cogliere la magia della vita, anche e soprattutto nelle piccole cose.

Attorno a lui, il cui sorriso sdentato conquista attimo dopo attimo, tutta una serie di personaggi meravigliosi come Italia, dolce e determinata (ti voglio bene io, Oceano) oppure Sandrino E Basta con le sue idee strampalate che toccano il cuore; ma anche figure buffe come Beppino, balbuziente, e la novantenne Ines, una specie di Cassandra dei monti. Troviamo un magico Nonno Giusto, che come un folletto birichino spunta da una soffitta di quelle che vedi nei film. Incontriamo Maria, Giovannino, Elia.

Con questo libro facciamo un balzo indietro nel tempo, in un Italia che fu: quella in cui un abete piccolino addobbato con qualche mandorla, poche arance e un po’ di frutta secca era pura felicità; quella in cui oltre alle lettere, alle volte si spedivano i bambini; quella in cui la scuola era un lusso che non tutti si potevano permettere (il primo giorno da boscaiolo avevo sette anni); quella in cui bastonare la moglie era quasi un dovere (ti fai trattare come un asino? Bastonala! Cosa aspetti?).

Il finale poi … pura poesia.

Forse è proprio vero: dobbiamo arrivare alla fine della nostra vita per capirne il senso, per rimettere a posto le tessere del mosaico, per tirare le fila. E per quanto tempo si debba aspettare, la quadratura del cerchio arriva sempre.

C’è solo da sperare che il cerchio non sia troppo grande. faccina

 

Aggiornamento del 07.02.2017

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