Le mie cose sono troppe. Quale butti giù dalla torre? Nessuna.

Ma come faccio a farle tutte? Una alla volta.

26 settembre 2013

Il quaderno delle parole

01. copyrightOggi ho finalmente terminato un lavoro di quelli che lo devo assolutamente finire, perché se aspetto ancora un po’ rischio di combinare un guaio,  quei lavori cui tieni molto, ma che per le solite ragioni di tempo non cominci mai e continui a rimandare, perché è un lavoretto rapido e lo posso fare quando voglio.

L'idea non è mia, sinceramente non ci avevo mai pensato, ma di una mia amica che, qualche anno fa, mi raccontò di avere un quaderno sul quale annotava le parole più buffe o le frasi più divertenti dei suoi due figli. Ma che forte, lo faccio anch’io!

Neppure il tempo di arrivare a casa da quella passeggiata sul lago che mi sono messa subito all’opera, buttando giù una lista delle prime parole del Pripi, così alla rinfusa, senza un ordine preciso, tanto per fissarle sulla carta.

All’inizio è stato facile, perché – anche a distanza di tempo – certe espressioni non potevano davvero essere state dimenticate. Mio figlio parlava già da un po’, ma certe parole erano ormai entrate nel nostro personale dizionario familiare e le usavamo ancora fra di noi, anche se scorrette, anche se incomprensibili agli altri. Come certamente fanno in molti.

Procedendo nella lista qualche momento di incertezza c’è stato e forse qualcosa mi sono certamente persa per strada, ma con l’aiuto di mio marito siamo riusciti a fare comunque  una bella ricostruzione dei primi tempi.

Da quel giorno annoto scrupolosamente ogni nuova parola e ogni frase interessante, ogni ragionamento particolarmente complesso, ogni dialogo divertente. Aggiungo la data o descrivo la situazione in modo che, fra qualche anno, quando la memoria farà acqua da tutte le parti o quando il Pripi sarà grande e vorrà leggere da solo, il contenuto di quelle note possa ancora essere comprensibile.

Fino a ieri tutti questi appunti erano sparsi su diversi fogli disordinati, tenuti assieme da una graffetta. Stampe confuse di memo rapidissimi fatti con l’Ipod. Il rischio di perderli o rovinarli era piuttosto elevato, visto che poi me li ero pure portati più volte in vacanza, sperando di poter fare quel lavoretto da nulla in santa pace. Un rischio assurdo per una come me che normalmente prende mille precauzioni per salvaguardare i propri ricordi. E pensare che il quaderno per la trascrizione era stato acquistato praticamente subito!

Il lavoro non è chiaramente terminato, perché rimarrà sempre fra i miei works in progress, come gli archivi delle foto o i diari del camper. Ci saranno sempre aggiornamenti e aggiunte, almeno finché il Pripi sarà un bambino e il suo linguaggio sarà in evoluzione e costituirà un qualcosa da osservare e da ricordare.

É incredibile, senza queste note almeno la metà delle frasi e delle parole sarebbero volate via, disperse nel tempo, perdute per sempre. E sarebbe stato un vero peccato. Rileggendole adesso, a distanza anche solo di qualche mese, si riesce a ridere, a sorprendersi (ha detto davvero così?), pure a commuoversi, perché no?

Un piccolo tesoro da conservare.

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Aggiornamento dell’8 luglio 2017

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24 settembre 2013

Rock garden e dintorni (parte seconda)

(continua da qui)

23d. copyrightLasciar perdere va bene, ma fino ad un certo punto, perché si poteva anche rinunciare a togliere il tronco, ma di sicuro non si poteva lasciarlo così: o lo si valorizzava, mettendolo in evidenza (ma come?) oppure lo si nascondeva del tutto. Il giardino era ancora un ammasso non ben definito di materiale accantonato in modo disordinato e cominciai a guardarmi in giro alla ricerca di qualche ispirazione. Trovai così alcune pietre dai contorni poco definiti, dall’aspetto rustico e cominciai a fare alcune prove.

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Perché non movimentare l’aiuola con un rock garden? Tutto sommato si poteva anche fare, no? Non era certo previsto, ma il giardino era appena cominciato, non c’era un’idea precisa, ci si affidava un po’ all’improvvisazione.

Una volta collocate le pietre, cominciai a riempire l’aiuola con terra nuova mischiata a terra vecchia opportunamente setacciata e ripulita. Fu un’operazione rilassante in confronto al lavoro già svolto e, man mano che procedevo, il divertimento cresceva. Anche perché poi arrivò il momento di mettere le piante.09b. copyright

Il primo ad essere interrato fu un gruppo di tre piantine verdi, di cui due riciclatissime, vecchissime, ormai prossime alla morte che pensavo di recuperare (le due posteriori). Ma non superarono l’ennesimo trasloco e morirono rapidamente.

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Furono sostituite rispettivamente da allegrissime margherite gialle e da una gruppo di bulbi misteriosi che avevo recuperato qualche mese prima, mezzi schiacciati e rovinati, in mezzo alle schifezze di questa stessa aiuola. Non avevo la minima idea di cosa fossero, ma le indicazioni della vicina (c’erano dei fiori arancioni …) mi fecero sperare  che potessero essere questi.

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Al gruppo aggiunsi anche i resti di una pianta che, sempre a detta della vicina, faceva dei fiorellini rosa, e che avevo tolto da una grande coppa di graniglia. La pianta, abbandonata da anni, non pareva morta, solo trascurata.

Ed ecco come, a metà settembre dell’anno scorso, si presentava quell’angolo dell’aiuola: le margherite erano fiorite, i bulbi misteriosi avevano dato vita ad una piantina sana con foglie allungate che, però, ancora non aveva mostrato i suoi fiori, la piantina dai fiori rosa si era rinforzata ed era cresciuta, la superstite delle tre verdi era in gran forma.

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Nello stesso momento, sull’altro lato dell’aiuola, il rock garden aveva un aspetto florido e mi stava dando grande soddisfazione, soprattutto perché vista la mia assoluta ignoranza in materia, era frutto di esperimenti anche abbastanza azzardati (le piantine croate, 1), di iniziative che partivano direttamente da Madre Natura (la vite che continuava a rispuntare fuori dai sassi e che certo io non avevo invitato, 2) e di elementi recuperati in giro per il giardino (3)  o regalati dalla vicina (4).

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Nella parte finale dell’aiuola avevo piantato alcuni stralci d’edera, tagliati da una pianta molto vecchia e molto grande sul retro della casa. Erano abbastanza statici, non parevano crescere, ma erano comunque vivi (si intravvedono nell’angolino a destra nella foto qui sotto).

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Insomma a settembre dell’anno scorso, non c’era che da essere soddisfatti. Piantai anche i bulbi per la primavera successiva.

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L’inverno lasciò tracce pesanti sull’aiuola, perché le piantine della Croazia non tollerarono i climi freddi delle nostre zone, come era ovvio, e passarono a miglior vita. Ma che importava? L’esplosione dei tulipani fece dimenticare praticamente subito la tragica perdita.

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L’estate ci portò i fiorellini rosa e il fiore arancione nato dai bulbi misteriosi. La mia vicina aveva davvero ragione. Purtroppo ho completamente scordato di fotografare il bellissimo giglio (lo è davvero?) arancione, ma ho trovato in Internet questa foto che ne ritrae uno molto simile (anche se questo, in particolare, è un giglio selvatico protetto, le cui foglie sono in verità completamente diverse).

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Le piantine croate furono naturalmente sostituite. Gli spazi vuoti del rock garden furono riempiti di nuovo, con piantine tappezzanti comprate in serra (5) e da talee rubate dal giardino condominiale di città (6). Rimasero abbastanza piccole per tutto il caldo periodo estivo, perché a causa della primavera fredda e piovosa erano state messe a dimora tardissimo. Vicino a loro, intanto, vite ed edera crescevano. E dalla piccola piantina della vicina, ormai cresciuta oltre ogni aspettativa, si svilupparono bellissimi e duraturi fiori fucsia.

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Ma la sorpresa più incredibile fu lo sbucare da una fessura del muro dell’aiuola di un bellissimo fiore viola arrivato da chissà dove e che, inizialmente, si era così ben mischiato ai rami della pianta verde superstite da farmi credere che fossero un tutt’uno (e questo la dice lunga sulle mie conoscenze botaniche).

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Alla fine della seconda estate, cioè un paio di mesi fa, l’aiuola si presentava così, con una vite cresciuta a dismisura e ormai arrampicata sopra un graticcio, con l’edera finalmente avvinghiata alla colonna del cancello e con il rock garden nel pieno della sua bellezza.

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Come non esserne orgogliosi?


Aggiornamento del 6 agosto 2017

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23 settembre 2013

Rock garden e dintorni (parte prima)

23c. copyrightUna delle cose più brutte, ma veramente brutte, che abbiamo trovato nella casetta di campagna è stata il grande albero.

Albero … beh, diciamo che tecnicamente lo era anche, essendo dotato di radici e di tronco, di rami e di foglie, ma definirlo così era proprio fargli un complimento.

Era un cipresso, ma mica di quelli che a Bólgheri alti e schietti  van da San Guido in duplice filar, perché io i cipressi del Carducci li ho visti (anzi mi son quasi fatta venire un infarto in quel lungo giro in bici sulle colline toscane ) e vi garantisco che non ci si avvicinava neanche volendo e che di alto e schietto c'era poco. Ma non assomigliava neppure ai cipressi panciuti del cimitero, che voglio dire, non ti fanno di certo impazzire, ma almeno svolgono un ruolo preciso e sono decorosi.

Il mio cipresso faceva semplicemente schifo. Aveva la forma di una coppa di champagne larga in fondo, sempre più larga man mano che ci si allontana dallo stelo, tagliata di netto in alto, una riga via dritta. Sì, perché questo surrogato di pianta manco la punta aveva. La copiosa nevicata dell’inverno precedente aveva portato ad un’amputazione drastica e il freddo aveva pure rovinato i meravigliosi rami che uscivano fuor dritti dal tronco e che lo rendevano molto più simile ad un istrice che a un albero di quella specie.

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Nonostante io abbia anche cercato informazioni sul recupero di cipressi rovinati e abbia tentato di convincermi che sarebbe stato possibile risanarlo, ero arrivata alla conclusione che, se non altro per una questione di rispetto verso i suoi simili, poteva tranquillamente diventare legna da ardere. Ma tagliare un albero, come certo saprete, non è una cosa da poco, e per il lavoro che comporta e per la spesa elevata, perché non lo puoi certo impacchettare e buttare nel bidone. Con tutto quello che avevamo da fare, non era di certo il nostro primo pensiero.

Arrivò, dunque, come un dono dal Cielo la domanda del vicino ... ma che pensate di fare con quell'albero?.... e ancora più soave fu la notizia che si era già accordato con i precedenti proprietari per toglierlo. L'albero non era suo, ma sua era l'ombra che gli oscurava metà terrazza e suoi erano gli scarichi minacciati dalle radici (ché l'albero, visto che non era già largo abbastanza, aveva idea di allargarsi ancora).

La timida domanda del vicino lo rese automaticamente il mio migliore amico, soprattutto quando, resosi conto che il lavoro non era fra i primi previsti, si offrì di occuparsi di tutto. Ma capite? Di tutto proprio: lui l'avrebbe tagliato, lui avrebbe portato via rami e tronco, lui avrebbe rischiato la vita per arrampicarsi in cima con la motosega. Forse il Padre Eterno mi aveva mandato un Angelo dal Cielo una volta resosi conto di quanto l’albero deturpasse il Creato?

Fatto sta che l'anno scorso, pochi giorni dopo il trasferimento in valle, di buon mattino, trovai fuori dalla porta il mio eroe, tuta da lavoro, trattore schierato, piattaforma pronta, motosega spianata. Tanta solerzia e tanta gentilezza fu persino imbarazzante, tanto più che mio marito era al lavoro, cosa peraltro ovvia dato l’orario, e io non avevo quasi il coraggio di dirgli che il doveroso aiuto promesso di fatto non ci sarebbe stato. Che potevo fare io? Non avrei saputo proprio dove piazzare il Pripi, visto che poi la motosega in funzione l’aveva a tal punto spaventato che si era rintanato dentro casa.

Nel giro di poche ore l'albero era stato eliminato, il panorama era quasi raddoppiato, lo spazio per nuove piante praticamente triplicato. Il vicino era soddisfatto, io anche di più.

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E vissero felici e contenti? Certamente, almeno fino a quando non decisi di mettere mano a quello spazio libero per farne un aiuola. Sì, perché non si trattava semplicemente di mettere un po’ di terra buona e di piantare qualche fiorellino allegro. No, lì bisognava intervenire pesantemente. Fiduciosa ho guardato in su … non è che, magari, avanza una ruspetta? Silenzio. Ok, capito al volo… mi arrangio.

Ma poi, va beh, non era mica un campo di granoturco, era solo un fazzolettino di terra. Ce la potevo fare. E quale miglior momento per mettersi all’opera? Ma naturalmente le prime ore pomeridiane di una calda giornata di luglio! No, perché il Pripi a quel tempo faceva ancora il riposino e quelle ore erano le uniche sfruttabili.

Armata di piccone, di vanga e di tutto quello che ero riuscita a trovare ero decisa a cominciare il lavoro e di terminarlo in un paio d’ore, nella peggiore delle ipotesi ero disposta ad arrivare al giorno seguente. Ah, ah, ah … divertente!

Un colpo e nulla, neppure un centimetro di terra smossa; due colpi, uguale; tre colpi, ancora niente. Le radici dell’albero ramificate ben bene tenevano stretta la terra, non la volevano mollare, non c'era verso di scavare, di smuovere, di spostare. La  terra era talmente dura, talmente compatta che pareva incollata. Io non è che sia proprio proprio una pappa molla, i lavori pesanti non mi hanno mai spaventato, ho una certa energia e riesco ad arrangiarmi anche in lavori non prettamente femminili, ma quel giorno non sapevo neppure da che parte cominciare.

Il Vicino-Angelo, nel suo solito andirivieni fra campagna e casa, lanciava sguardi pietosi, ma io mica gli potevo chiedere ancora aiuto e poi, dai, era una questione di orgoglio. All'ennesimo passaggio, arrivò con un vero piccone (il mio pareva al confronto quello dei sette nani). Qualche colpo ben assestato e ... la terra era praticamente ancora li. Questa cosa da un lato mi fece piacere, perché non mi sentivo più impedita come in effetti cominciavo a credere di essere, dall’altro mi preoccupò non poco, perché se pure lui, uomo di campagna, abituato a questo tipo di lavori, si trovava in difficoltà, come avremmo potuto fare?

E’ solo questione di pazienza … ok, questione di pazienza, entro sera non avrei avuto nessuna aiuola pronta; basta spaccare il primo pezzetto, così e così … ok, lo spacco, mi faccio venire un colpo, ma lo faccio, lo posso fare; e poi incuneare bene il piccone sotto le zolle … ok, incuneo; e poi sollevare in questo modo … ok, sollevo. Procedendo con quella velocità, considerato il caldo, il fatto che non sono Hulk, il fatto che non potevo dedicarci più di due orette al giorno, stimai che l’aiuola forse sarebbe stata finita per la fine dell’estate.

Per fortuna non fu così, ci volle solo una settimana per riuscire ad arrivare al fondo della buca. Ero arrivata a scavare con una piccola zappetta e una palettina minuscola, modello archeologo, per riuscire a far emergere le radici dell’albero, seguendone lentamente i contorni, liberandole dalle schifezze che racchiudevano (vetri, pezzi di ferro, le tracce di un altro alberello precedente, e poi sassi di ogni tipo, forma e dimensione, sicuramente residui di cemento – che ci facevano lì?). Ma a differenza dell’archeologo l’operazione non era volta al recupero, quanto all’eliminazione radicale. 

Grazie all’aiuto del Vicino-Angelo, i tentacoli furono quasi del tutto amputati. Uscirono dalla terra pezzi talmente grandi che pareva impossibile potessero stare in quello spazio angusto. L’unica che proprio non manifestò alcuna intenzione di traslocare fu la parte più bassa del tronco e non ci fu neppure la possibilità di abbassarla sotto il livello dei muretti dell’aiuola in modo da farla scomparire, ricoprendola di terra. Non solo la motosega rimase incastrata dentro il legno, ma si ruppe pure.

Eliminare ogni traccia del cipresso avrebbe significato scavare con una ruspa, demolendo il muretto e metà del lastricato del giardino (magari anche di più visto che non era possibile stabilire la lunghezza delle radici). L’intera operazione faceva venire i capelli dritti al solo pensiero. E si decise di lasciar perdere.

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21 settembre 2013

Nuvole rosa

Avete mai pensato quante cose ci perdiamo quotidianamente nella nostra vita? Quante cose non facciamo, perché non possiamo, perché siamo impegnati con qualcosa di diverso, perché ci troviamo dall'altra parte del mondo, perché non ci interessano, perché non abbiamo coraggio di sperimentarle?

Un pensiero del genere, me ne rendo conto, è assolutamente assurdo, perché siamo solamente uomini con una sola vita a disposizione, una vita che comporta scelte precise, una selezione degli interessi, una lista delle priorità, doveri e tempi da rispettare.

16 settembre 2013

In Patagonia - Bruce Chatwin

In Patagonia

Ho appena terminato, o meglio, ho appena abbandonato uno dei libri più noiosi che io abbia mai letto. Ma non doveva essere un capolavoro e, come si legge sulla quarta di copertina, il libro simbolo di tutti i viaggi?

L’ho cominciato per curiosità, perché ce l’avevo già in casa, perché è noto per essere un libro di culto (e ogni tanto bisogna anche cimentarsi in letture che forse non sono proprio nelle nostre corde, ma fanno parte della patrimonio culturale mondiale).

Non ho mai letto libri di viaggio e, quindi, non sono la persona più adatta ad esprimere giudizi in materia, ma – caspita – se sono tutti così, non penso che ne leggerò altri.

Il libro parte bene, non c’è dubbio, con l’immagine del pezzettino di pelle di brontosauro conservata come una reliquia nella credenza della nonna. E la cosa ti acchiappa subito, te lo vedi proprio il ragazzino sognante davanti al mobiletto chiuso. Ma la verità, dopo molti anni, salta fuori e il brontosauro non è più tale e si trasforma in un milodonte o bradipo gigante. E questa è la prima bufala.

Purtroppo non è la sola, perché speravo, durante la mia vacanza al mare, di viaggiare e vedere la Patagonia attraverso gli occhi di uno che ci è stato, che l’ha vissuta e che ci ha pure scritto un libro (famoso oltretutto) e, invece, mi sono annoiata a morte. A dirla tutta mi sono anche addormentata con il libro in mano alcune volte, figuratevi.

Mi sono domandata più volte, se sono io che non arrivo a comprendere la grandezza del Signor Chatwin oppure questo libro è stato leggermente sopravvalutato. Mi sono consolata, leggendo su Anobii, che non sono la sola a pensarla così.

Il libro mi è parso slegato, con continue interruzioni (tutti questi aneddoti storici, queste leggende, questi riferimenti al folklore, ai banditi, ai personaggi più strani erano davvero necessari?) che distolgono l’attenzione da quello che il viaggiatore vede, sente, odora. Ma me la vuoi mostrare questa Patagonia, sì o no? Dove diavolo è il pathos?

L’unico personaggio che mi è piaciuto, che mi ha emozionato … oddio, parola grossa …  è stata Miss Starling un’inglese piccolina, agile, con corti capelli bianchi, polsi sottili e uno sguardo estremamente deciso. Colei che, per fuggire ad una vita monotona, aveva cominciato ad interessarsi ai cespugli fioriti del vivaio inglese in cui lavorava. Le piaceva immaginarseli liberi e selvatici, sulle montagne o nelle foreste, e nella sua immaginazione viaggiava nei luoghi segnati sui cartellini. Alla morte della madre era riuscita finalmente a scappare e a viaggiare. Aveva visto i pascoli sudafricani avvampare di fiori; e i gigli e i corbezzoli dell’Oregon; le pinete della Columbia Britannica; e la straordinaria flora selvatica dell’Australia Occidentale …… i giardini di ciliegi e i giardini Zen di Kyoto e i colori autunnali a Hokkaido.  Arrivata in Patagonia, aveva realizzato uno dei suoi sogni (Ho sempre desiderato coltivare un giardino nella Terra del Fuoco) e aveva ancora molti progetti in testa, perché aveva deciso di visitare il Nepal per vedere le azalee. Non è davvero mai troppo tardi, per realizzare i propri sogni.

Sono arrivata, stringendo i denti, fino a pagina 214; ho tentato per ben due volte di continuare e arrivare al traguardo finale (che sono poi una quarantina di pagine?); ho letto qualche recensione, perché detesto abbandonare i libri e volevo trovare una chiave di lettura più giusta per apprezzare il capolavoro.

Ma poi perché? Questo Chatwin è veramente odioso. Ma avete idea di quanti pranzi ha scroccato a girovagare in Patagonia?

 

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10 settembre 2013

Lettera a un bambino mai nato - Oriana Fallaci

02. Lettera a un bambino mai nato

Mi ricordo benissimo il momento in cui questo libro uscì: si parla dell’ormai lontanissimo 1975. Ero alle elementari e, dunque, non mi potevo rendere conto pienamente della portata dell’evento. Ma mi ricordo il gran parlare che se ne faceva, veniva nominato alla radio e alla televisione, era recensito sulle riviste. E, naturalmente, arrivò anche in casa nostra.

L’ho sempre visto nella libreria della mia mamma, con la copertina ormai scolorita, una vecchia edizione del Club Italiano dei Lettori, ma non mi era mai venuto in mente di leggerlo, mai l’avevo preso in mano, mai l’avevo considerato. Immagino che il suo colore grigio ormai sbiadito sia sempre stato un bel deterrente, perché, quando decido di leggere, vado spesso a istinto e un’edizione troppo seria, mi rendo conto, spesso mi blocca.

L’anno scorso, però, avevo letto Un uomo, anche quello da sempre sullo stesso scaffale, e ho finalmente conosciuto Oriana. Inutile dire che è stato amore sin dalle prime pagine. Così, prima delle ultime vacanze, sono andata senza esitazione a recuperare il grigio volume, attendendo con ansia la prima giornata di spiaggia per cominciarlo.

L’incipit è folgorante, è diretto, ti catapulta subito dentro il libro. Mi piacciono gli inizi di questo tipo. In poche righe l’autrice arriva al nocciolo della questione: e se nascere non ti piacesse?

Interessante prospettiva questa, chi l’ha detto che nascere sia automaticamente bello? La vita non è certo una passeggiata, non lo è per nessuno, è fatica, è dolore, ci sono pericoli in agguato.

L'elencazione martellante degli aspetti negativi dell'esistenza non mi pare, però, il riflesso della disillusione di questa donna, come ho letto su alcune recensioni; non riesco a vedervi odio per il mondo e per la vita. Colgo, invece, solo il grande amore per il bambino che si sta formando dentro di lei, l'innato istinto di protezione verso una creatura indifesa, la sua creatura.

E non ravviso, in questi continui avvertimenti, sottolineati da racconti di vita vissuta, negatività. No, davvero! Io vedo semplicemente un’analisi lucida e spietata della realtà. Questo è quello che ci aspetta, non siamo ipocriti, la vita è sacrificio, è una sfida continua. Certo poi, nella realtà delle cose, non tutti partono sulla stessa linea di partenza, questo non lo possiamo certo negare, ma anche le situazioni apparentemente più felici a volte nascondono drammi esistenziali non facilmente intuibili dall'esterno.

Quindi, piccolo, fai attenzione, stai in guardia fin da subito.

Siamo ben lontani dall'immagine sdolcinata della maternità, quella tutta rosa confetto delle riviste specializzate, quella di una pancia beatamente cullata su una sedia a dondolo, quella di bavaglini ricamati in atmosfera da Mulino Bianco.

Ma siamo ben lontani anche dall’assurdo terrorismo di certe mamme super esperte che, con un certo sadismo, enumerano a te che ti sei recentemente scoperta incinta, tutte le sfighe che ti possono capitare, cioè no, quelle che ti capiteranno sicuramente.

Noi qui ci troviamo di fronte ad una donna che prende atto della nuova realtà, tra normali sbalzi di umore, tra dubbi legittimi, tra paure più che comprensibili. Una donna realista che analizza fin da subito le conseguenze della sua scelta di portare avanti la gravidanza, i cambiamenti che ci saranno, nel suo corpo, nel suo lavoro, nella sua vita in generale.

Parliamoci chiaro, nessuna di noi è realmente preparata a questi cambiamenti, un conto sono le parole e un conto sono i fatti. Ti insegnano a fare così e così, a procedere secondo dogmi, a fare questo o quello, perché così si deve fare, ma le variabili sono tantissime, troppe, non ci sono certezze. Ogni gravidanza é diversa, non ci sono regole universali, strade giuste da seguire. La maternità é un qualcosa di talmente personale, anche se ci avvicina tutte, che ogni esperienza é una storia a sé.

Ho sempre creduto che il libro fosse autobiografico, ma ho recentemente letto che non è così, o almeno non si ha la certezza. Mi pare impossibile, però, che una donna che non si sia trovata realmente in questa situazione, che non abbia provato quelle emozioni e non abbia vissuto davvero quel dramma, possa scrivere un libro del genere. Certe cose o le vivi sulla tua pelle oppure non le capisci, anche se ti sforzi. Per questo sono contenta di non aver letto il libro prima di essere mamma, perché probabilmente non l’avrei apprezzato e compreso fino in fondo.

Mi sono trovata subito in sintonia con questa donna che, non senza porsi interrogativi, va dritta per la sua strada. Quando ho saputo di essere incinta sono scoppiata a ridere e, ridendo, sono andata avanti, facendo solo quello che avevo voglia di fare, soprattutto turandomi le orecchie per evitare il non richiesto bombardamento di consigli, pareri e norme da seguire. Ho anche sbagliato su certe cose, ovvio, mica sono la scienza infusa, ma ho vissuto serenamente, godendomi ogni istante della mia pancia. La situazione non è certo paragonabile: io ho un marito, lei è sola; io non lavoro, lei ha una carriera; lei mi pare piuttosto giovane, io non lo ero più tanto. Ma l'ho sentita molto vicina, comunque.

Ho trovato geniale il sogno-processo in cui i vari personaggi presenti, i giudici, non sono altro che la metafora dei diversi punti di vista sulla vicenda. Si alternano sugli scranni con ritmo incalzante un medico all'antica, una dottoressa moderna, il commendatore (cioè il datore di lavoro), l’amica, il padre del bambino, i genitori. Tutti dicono la loro, tutti hanno la loro verità, tutti difendono con veemenza la propria opinione.

Ma questa donna, in definitiva, è da assolvere o da condannare? È stata sfortunata in quel viaggio in macchina oppure è stata incosciente ed egoista? È stata tutto sommato sollevata dalla perdita del bambino, una scocciatura in meno, oppure il suo dolore é stato immenso?

La risposta la dà lo stesso bambino, che parla nel sogno con voce di adulto: ciascuno di loro ha detto una verità, e tu lo sai: me lo hai insegnato tu che la verità è fatta di molte verità differenti. Sono nel giusto coloro che ti hanno accusato e coloro che ti hanno difeso, coloro che ti hanno assolto e coloro che ti hanno condannato. Però quei giudizi non contano. Tuo padre e tua madre hanno ragione a rispondere che non si può entrare nell’anima altrui.

Un inno alla vita questo libro, nonostante il tragico epilogo.

Davvero imperdibile.

 

AGGIORNAMENTO DEL 28.07.2016

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1 settembre 2013

Pasta fredda con salsa di yoghurt

15 copyright ridotta per titoloQuella che vi regalo questa mattina è la reinterpretazione di una ricetta che da anni si trova nei miei raccoglitori di cucina e che si intitola Sedanini al salmone. Purtroppo mi è impossibile citare la fonte esatta, perché il semplice ritaglio di giornale non riporta più il titolo della rivista da cui l’avevo ritagliata.

Fra gli ingredienti si trovano il salmone affumicato, i gamberetti, il sedano, lo yoghurt e la senape. Un accostamento insolito, ma che normalmente piace molto.